Restituire “terapeuta” alla relazione
Newsletter #6 · Novembre 2025
A cura di Federico Scotti
Ciao,
da alcune domande emerse nel gruppo WhatsApp della scuola My Reiki ho riconosciuto un sentimento noto: timore a usare l’espressione terapeuta Reiki. Questo sebbene, fin dal primo livello, ci prendiamo il tempo per decostruire la parola e restituirle dignità d’uso nel nostro campo.
Questa esitazione dice qualcosa di più vasto: la biomedicina ha colonizzato il linguaggio della cura, al punto da farci percepire come sconfinamento ciò che, in radice, è un gesto di relazione. Therapeúein significava servire, accompagnare, avere cura: un modo di stare con, non un titolo di esclusiva.
Questa newsletter nasce da lì: dal desiderio di restituire alla parola terapeuta il suo respiro relazionale e pluralizzare le grammatiche della cura, senza contrapporsi alla medicina, recuperando la dimensione incarnata che la pratica Reiki mette in gioco tra corpi, luoghi e tempi condivisi.
Se ti va, scrivimi: dimmi come vivi la parola terapeuta Reiki, se per te suona come un tabù oppure rientra nel tuo lessico quotidiano. Le tue parole, come sempre, orientano la mia ricerca e il mio insegnamento.
Con attenzione e coraggio,
Federico
Questo mese: Decolonizzare la parola “terapeuta”
La parola “terapeuta” non è vietata, ma temuta. L’articolo di questo mese ricostruisce la genealogia del termine tra etimologia greca e monopolio semantico della biomedicina, attraversando Foucault e Gramsci e arrivando al quadro normativo italiano (Legge 4/2013 e chiarimenti ministeriali). Il punto non è rivendicare un titolo, quanto riaprire il suo senso: terapia come relazione incarnata, come atto di presenza che riconnette persone, comunità e mondi.
Parola da interrogare
Terapeuta
Therapeúein: avere cura, servire, accompagnare. Nel senso comune contemporaneo “terapeuta” suona sanitario; nel Reiki indica una postura relazionale, un modo di stare con l’altro in cui il corpo è mediatore di senso. Riappropriarsi della parola non è occupare un territorio altrui, è liberare una relazione dalla sua cattura esclusiva.
Una scena vissuta
Diario di campo — Takao, aprile 2025. La pietra umida sul sentiero porta l’odore del muschio. Entriamo nel tempio Shingon e la luce, tagliando l’ombra, quasi appoggia il respiro. Justin, con voce piena, recita i sutra in giapponese: il suono non spiega, regola. Le mani si fermano, le spalle cedono di un millimetro, lo sguardo si allarga. Il rito non è allegoria, è terapia di cura: un atto che riallinea corpi e spazio, restituisce continuità alla presenza, fa della relazione il luogo in cui l’attenzione trova casa. Nessuna promessa, nessun risultato: solo un ritmo condiviso, che ricuce la pelle al paesaggio.
La domanda del mese
Quale gesto, quale postura, quale attenzione rendono vera — per te — la parola “terapeuta”? In che modo il tuo corpo la abita senza chiedere permesso?
Riconoscere è già curare.
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