Decolonizzare Reiki, disimparare la spiritualità
Newsletter #2 · Luglio 2025
A cura di Federico Scotti
Ciao,
se nella prima newsletter parlavo di autenticità, questa volta desidero interrogare un’altra parola difficile, e urgente: colonialismo.
In apparenza, il Reiki sembra lontano da ogni logica coloniale: è nato in Giappone, si trasmette attraverso il tocco, parla di energia, connessione, benessere.
Eppure, anche la spiritualità può essere un luogo in cui si riproducono poteri, gerarchie, cancellazioni.
Con questa newsletter ti propongo un gesto: disimparare.
Guardare la nostra pratica come uno specchio, non come un rifugio. E iniziare a vedere anche ciò che è scomodo.
Il testo che condivido questo mese nasce da una lunga ricerca, da letture critiche, e da un’urgenza che sento nel corpo ogni volta che insegno: possiamo praticare Reiki senza ripetere la storia di chi è stato messo a tacere?
Come sempre, ti invito a leggere, ma soprattutto a pensare, a rispondere, a discutere. Se vuoi, puoi farlo scrivendomi.
Con cura e radicalità,
Federico
Questo mese: Decolonizzare Reiki
Il Reiki non è nato in Occidente, ma l’Occidente lo ha riscritto. In questo articolo affronto un nodo profondo e spesso rimosso: il razzismo spirituale che si nasconde dietro molte narrazioni “universali”.
Parlo di whitewashing, di appropriazione, di come l’immaginario coloniale continui a produrre effetti nei linguaggi della cura. E soprattutto propongo una domanda: è possibile praticare Reiki senza rimuovere la sua origine situata, la sua cultura, la sua lingua, la sua storia?
Parola da interrogare
Maestro
La parola “maestro” sembra indicare una guida, una presenza stabile, qualcuno che sa. Ma in molte culture colonizzate, il “maestro” è anche colui che ha imposto, cancellato, civilizzato.
Nel Reiki, chi è davvero maestro? Chi insegna? Chi trasmette? O chi ascolta?
Forse potremmo pensare che il maestro non è chi ha tutte le risposte, ma chi sa sostare nelle domande.
Chi pratica da un margine, e non da un piedistallo.
Chi disfa, più che costruire.
Una scena vissuta
Durante i giorni trascorsi in Giappone, uno degli episodi che più mi ha interrogato è stato anche uno dei più semplici. Eravamo in cammino lungo la discesa dal monte Takao, dopo aver visitato il tempio di Jingo-ji. La luce filtrava tra gli alberi, e parlavamo a bassa voce, senza un tema preciso. Una partecipante, che non aveva mai viaggiato in Asia, si è fermata e ha detto: «Ho paura di sbagliare tutto. Di mancare di rispetto, senza saperlo».
Non parlava giapponese, e aveva appena chiesto come si dicesse “grazie” in modo più formale. Aveva provato a ripeterlo, ma la pronuncia le suonava goffa, e si era scusata, più volte, con il corpo e con gli occhi.
Ho sorriso, e ho risposto: «Anche questo fa parte della pratica». Lei mi ha guardato perplessa. Poi ha aggiunto: «Mi sento come se stessi usando qualcosa che non capisco. Come se stessi toccando un linguaggio che non mi appartiene».
Quella frase è rimasta in me. Non perché dicesse qualcosa di nuovo, ma perché la sua vulnerabilità era vera. Non era un senso di colpa, né un senso di superiorità: era l’ammissione di una posizione dislocata. Di uno spaesamento non difensivo. Un gesto di disimparare.
Ripensandoci, mi accorgo che è lì, in quella piccola incrinatura, che è avvenuto qualcosa. Un’etica della soglia. Un rispetto che non pretende di capire, ma si mette in ascolto. Non della cultura altrui, ma della propria difficoltà ad abitarla senza dominarla.
Sentiero di Takao, 25 aprile 2025
La domanda del mese
E se praticare Reiki significasse anche disimparare? Rinunciare a certi saperi, a certe certezze, a certi privilegi?
Disimparare non è perdere qualcosa.
È restituirgli spazio.
Se vuoi, io sono qui. Per sentire, pensare, e magari sbagliare insieme.

