Newsletter Dicembre 2025 – My Reiki

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In questa settima lettera: soft power giapponese, immaginari spirituali, una scena in metro a Kyoto, e un invito a praticare un Reiki meno esotizzante.

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Quale Giappone immaginiamo quando diciamo Reiki?

Newsletter #7 · Dicembre 2025

A cura di Federico Scotti

Ciao,

ci sono momenti in cui una domanda arriva di traverso, senza essere cercata. Nei corsi, nelle chat con gli studenti, persino durante i trattamenti, mi sono accorto che ogni volta che diciamo “Reiki giapponese” si attiva un paesaggio interiore fatto di immagini, atmosfere, aspettative. Non è un problema: è una condizione di partenza. Ma vale la pena chiedersi da dove arrivano quelle immagini e quanto orientino il modo in cui sentiamo la pratica.

Mentre lavoravo a questo testo, mi sono trovato spesso a pensare al corpo — non solo nel Reiki, ma anche nelle nostre giornate professionali, dove l’attenzione si frammenta, la stanchezza si accumula, il ritmo accelera. Da questo intreccio è nato un progetto editoriale a cui tengo molto: la mia nuova newsletter su LinkedIn, «Corpo al lavoro», dedicata al rapporto tra embodiment, stress, lucidità e cura di sé nei contesti organizzativi.

Se ti interessa questo dialogo tra pratica, consapevolezza e vita professionale, puoi iscriverti qui:

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Il tema di questo mese si muove proprio lungo questa soglia: tra il Giappone che viviamo nei luoghi reali e quello che abitiamo senza accorgercene, sedimentato da anni di anime, estetiche zen, calligrafie snelle, fotografie di templi nella nebbia. Un Giappone che prepara il terreno su cui si deposita il Reiki, influenzando ciò che percepiamo come naturale, semplice, spirituale.

Ti propongo allora una lettura che attraversa soft power, orientalismo e auto-orientalismo, ma sempre con un’attenzione concreta: come arrivano queste immagini nei nostri gesti? Quale parte della nostra pratica prende forma dentro narrazioni che abbiamo incorporato, spesso senza saperlo?

Con cura e attenzione alle immagini che ci abitano,
Federico

Questo mese: Reiki, soft power e immaginari sul Giappone

Il Giappone che incontriamo attraverso il Reiki è già filtrato da decenni di anime, manga, estetiche zen, marketing turistico e retoriche spirituali. A partire dalle analisi di Toshio Miyake su orientalismo e auto-orientalismo, l’articolo di questo mese propone un percorso critico dentro il soft power giapponese in Italia: come si è costruita l’idea di un Giappone spirituale, puro, armonioso? E in che modo questa geografia immaginaria entra nei nostri gesti, nelle nostre aspettative di cura, nel modo stesso in cui “sentiamo” l’energia?

Il testo interroga orientalismo “positivo”, doppio orientalismo e auto-orientalismo, per arrivare a una domanda radicale: quando parliamo di Reiki “giapponese”, stiamo incontrando un altro reale o stiamo muovendoci dentro un’immagine che abbiamo interiorizzato senza accorgercene? La proposta è chiara: trasformare il Reiki in una pratica situata, capace di riconoscere e attraversare gli immaginari, invece di ripeterli.

LEGGI L’ARTICOLO

Parola da interrogare

Giappone

La parola “Giappone” sembra nominare un paese, una storia, una cultura. Eppure, quando entra nel linguaggio del Reiki, diventa spesso un contenitore di desideri: spiritualità, calma, tradizione, autenticità. Miyake ci ricorda che ciò che chiamiamo Giappone è anche una geografia immaginaria, costruita da secoli di racconti europei e da una sapiente auto-rappresentazione giapponese.

Quale Giappone stiamo evocando quando diciamo “Reiki giapponese”? Un paese reale, plurale, attraversato da tensioni, oppure un altrove spirituale che ci serve per immaginare ciò che sentiamo mancare qui? Interrogare questa parola significa riconoscere che nessuna pratica è neutra rispetto agli immaginari che la sostengono.

Una scena vissuta

Diario di campo — metro di Kyoto, aprile 2025. Il vagone è pieno, ma silenzioso. Tra le mani dei passeggeri scorrono smartphone, cartelle, sacchetti di combini. Una partecipante del Reiki Tour, in piedi accanto a me, guarda fuori dal finestrino: la periferia scorre in una serie di palazzi anonimi, parcheggi, distributori automatici illuminati.

All’improvviso mi dice, quasi ridendo: «Ma dov’è il Giappone dei film? Io mi aspettavo solo templi, giardini, silenzio. Così faccio fatica a collegare tutto questo al Reiki».

Le chiedo che cosa intenda. Fa una pausa, sospira: «Forse è che mi accorgo di quanto me lo fossi già costruito in testa. Il Giappone del Reiki, dei manga, delle foto zen… Adesso che sono qui mi sento un po’ spaesata, come se il Giappone “vero” non assomigli a quello che mi serviva per immaginare il Reiki».

Ripensandoci, mi colpisce proprio quello spaesamento. La frattura non è tra “vero” e “falso” Giappone, ma tra un’immagine liscia, rassicurante, e l’esperienza concreta di un paese fatto di neon, rumori, orari di lavoro, stanchezza. È dentro quella crepa che il corpo comincia a lavorare: la pratica non cancella l’immaginario, lo mette sotto luce diversa. E forse anche questo è Reiki: restare presenti mentre un’idea di Giappone si incrina e lascia emergere una relazione più onesta, meno esotizzante.

Linea Karasuma, tra Kyoto Station e Kitayama, aprile 2025

La domanda del mese

Quando pratichi Reiki, quali immagini del Giappone senti entrare nei tuoi gesti, nelle parole che usi, nel modo in cui ti disponi accanto all’altra persona?

Una pratica situata non rifiuta l’immaginario, lo rende visibile. E, nel farlo, ti permette di scegliere come abitarlo.

Se vuoi, io sono qui. Per interrogare insieme queste immagini e lasciar emergere un Reiki meno esotizzante, più attento ai corpi e alle storie che lo attraversano.

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